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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella domenica
di Pentecoste
19 maggio 2013

 

At 2,1-11
1Cor 12,1-11
Gv 14,15-20

PENTECOSTE

L'evangelo che abbiamo appena ascoltato ci riporta nel Cenacolo, attorno alla tavola dell'Ultima Cena, nell'ultima sera trascorsa da Gesù con i suoi. Quella stessa notte Gesù sarà arrestato, processato, condannato… percorrerà la via della croce fino alla morte.
Dopo tre giorni i suoi nuovamente lo vedranno, vivo, non più prigioniero della morte.
E, infine, farà ritorno al Padre: la stagione terrena di Gesù volge al termine.

Le parole che abbiamo appena ascoltato sono tra le ultime che Gesù rivolge ai suoi annunciando il distacco imminente. E proprio in questo brano c'è una nota di singolare tenerezza. Gesù dice: "Non vi lascerò orfani, verrò da voi". Sono rare nei vangeli le parole che danno voce ai sentimenti, prevalgono le parole alte, profonde, decisive…poche volte c'è spazio per i moti del cuore. Per questo ancor più preziosa questa confidenza: non vi lascerò orfani, non vi abbandonerò.
Ed ecco la promessa: Vi darò un altro Consolatore. Notiamo: un altro, diremmo un secondo Consolatore, dopo il primo che è Gesù stesso. Consolatore: con questo termine viene tradotta una parola greca che è uno dei nomi dello Spirito Santo: Paraclito. Paraclito vuol dire, alla lettera, colui che è chiamato a stare accanto, ad esser vicino. Il termine greco Paraclito viene reso in latino con advocatus, avvocato, appunto qualcuno che è chiamato a stare accanto, ad assisterci, a prendere le nostre difese. Gesù si separerà dai suoi, ma non li lascerà soli, continuerà ad esser vicino, accanto, grazie al dono del suo Spirito chiamato appunto Paraclito, avvocato. Una vicinanza, una prossimità che conforta e consola. Di qui il termine Consolatore.

La consolazione che nasce dall'aver vicino qualcuno di affidabile, la serenità che ci infonde la presenza accanto a noi di un amico sul quale possiamo contare. I bambini non chiedono forse che si stia loro accanto? Si addormentano quando noi teniamo la loro mano. E nei passaggi difficili della vita non è forse motivo di grande sicurezza avere accanto chi ci rincuora? Questa esperienza quotidiana ci aiuta a capire quella che chiamerei la compagnia della fede, cioè la certezza di non essere abbandonati mai, in preda ad un destino cieco, soli dinanzi ad un futuro carico di incognite. La compagnia della fede è questa certezza.
Aggiunge Gesù: il mio Spirito sarà presso di voi e sarà in voi. Questo vuol dire riconoscere la dimensione interiore della nostra esistenza: l'uomo è anzitutto la sua interiorità, la sua coscienza. Siamo chiamati ad agire sempre e solo dopo aver ascoltato la voce dello Spirito che risuona nell'intimo della coscienza. Non sgraviamo, allora, la nostra coscienza della sua responsabilità per addossarla all'ambiente, ai molteplici condizionamenti che talvolta ci assediano. Guardiamoci da un agire che sia solo adeguazione ad una legge, ad una prescrizione e guardiamoci dall'imitazione dei comportamenti socialmente più diffusi, guardiamoci dal conformismo: lo Spirito ci richiama all'unica valida conformità che è quella dell'ascolto della coscienza e in essa della voce dello Spirito.

Ricordo una parola pronunciata nei giorni della caduta del Muro di Berlino dall'allora presidente cecoslovacco Havel: "Senza le vie interiori dello spirito non si può camminare eretti e diritti sulle vie del mondo". Senza una coscienza diritta e vigile non c'è umanità.

 

 

 

 



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