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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nella festa della Presentazione del Signore al Tempio
2 febbraio 2014

 

Ml 3, 1-4a
Rm 15, 8-12
Lc 2, 22-40

PRESENTAZIONE DI GESU' AL TEMPIO

In queste settimane dopo il Natale abbiamo letto pagine che ci presentano Gesù pienamente inserito nella storia del suo popolo e i suoi Genitori - Maria e Giuseppe- fedeli alle tradizioni ebraiche, alla legge dei Padri. Così Gesù dopo otto giorni dalla nascita viene sottoposto alla circoncisione, rito di aggregazione al popolo dei figli di Abramo. E quaranta giorni dopo la nascita ancora Maria e Giuseppe si recano al tempio per la loro purificazione e per presentare il loro figlio primogenito. La legge di Mosè prescriveva tale presentazione per il primogenito.
Più volte in queste domeniche l'ho sottolineato: Gesù viene dentro la nostra umanità come figlio del popolo ebreo.
Lo voglio ancora una volta ripetere a pochi giorni dalla celebrazione del Giorno della memoria: non basta essere decisamente distanti dall'antisemitismo, non basta: bisogna essere per il popolo ebraico, per la sua storia, per le sue tradizioni culturali e spirituali, per la sua fedeltà alla parola di Dio consegnata nelle Scritture.
Volgiamoci ora a questa antichissima prescrizione ebraica che l'evangelo di questa domenica ci riferisce. Ogni maschio primogenito, il primo ad aprire l'utero, doveva essere consacrato al Signore perché il Signore aveva risparmiato la vita ai primogeniti degli Ebrei quando aveva liberato il suo popolo dalla schiavitù in Egitto. Nel ricordo di questo gesto di salvezza dei primogeniti e liberazione dalla schiavitù il figlio primogenito doveva essere consacrato al Signore e come tale sarebbe rimasto a servizio del Tempio. Ma i genitori poi riscattavano il loro bambino, lo riprendevano con loro, offrendo in cambio una coppia di piccoli animali.
Mi sembra che tale gesto esprima il riconoscimento del valore della vita come dono di Dio.
La tradizione ebraica conosceva un altro gesto analogo e che riguardava i primi frutti della terra, le primizie. Anche le primizie venivano offerte al Tempio per riconoscere che la terra e i suoi frutti sono dono di Dio e devono esser accolti con gratitudine.
La vita, quella che germoglia nei solchi della terra e quella che fiorisce nel grembo materno, va riconosciuta come dono della benevolenza di Dio e non solo come prodotto del nostro lavoro e delle nostre capacità generative. Accogliere la vita come dono prima che come prodotto delle mie capacità significa riconoscere la dignità della vita e quindi rispettarla sempre anche quando manca di alcune qualità.
Papa Francesco ripetutamente ci ha esortati a non cedere alla 'cultura dello scarto'. Ascoltiamolo: " Una diffusa mentalità dell'utile, la 'cultura dello scarto', che oggi schiavizza i cuori e le intelligenze di tanti, ha un altissimo costo: richiede di eliminare esseri umani, soprattutto se fisicamente o socialmente più deboli. La nostra risposta a questa mentalità è un sì deciso e senza tentennamenti alla vita. Il primo diritto di una persona umana è la sua vita. Le cose hanno un prezzo e sono vendibili, ma le persone hanno una dignità, valgono più delle cose e non hanno prezzo. Per questo l'attenzione alla vita umana nella sua totalità è diventata negli ultimi tempi una vera e propria priorità del magistero della Chiesa, particolarmente a quella maggiormente indifesa, cioè al disabile, all'ammalato, al nascituro, al bambino, all'anziano, che è la vita più indifesa… Nell'essere umano fragile ciascuno di noi è invitato a riconoscere il volto del Signore. E ogni anziano, anche se infermo o alla fine dei suoi giorni, porta in sé il volto di Cristo. Non si possono scartare, come ci propone la 'cultura dello scarto'! Non si possono scartare". Alla 'cultura dello scarto' papa Francesco oppone la 'cultura dell'incontro': "Noi viviamo in una cultura che butta via quello che non mi è più utile, la cultura appunto dello scarto. Ma io vi invito a pensare alle persone anziane, che sono la saggezza di un popolo, ai bambini…! Ma noi dobbiamo invece andare incontro agli altri e dobbiamo creare con la nostra fede una 'cultura dell'incontro', una cultura dell'amicizia, una cultura nella quale troviamo dei fratelli, una cultura che ci permette di parlare anche con quelli che non pensano come noi, anche con quelli che hanno una fede diversa dalla nostra. Essi hanno tutti qualche cosa in comune con noi: sono immagini di Dio, sono figli di Dio. Andiamo incontro all'altro, senza negoziare la nostra appartenenza" (Roma, 18 maggio 2013). La pagina evangelica si conclude proprio con l'incontro con due anziani: Simeone e Anna. In loro si raccoglie l'attesa secolare di Israele. Di Simeone si dice che "aspettava la consolazione d'Israele". Un anziano che 'aspetta', un anziano che non vive nostalgicamente rivolto al passato, ma che 'aspetta', rivolto al futuro. Vorrei formulare una preghiera per quanti, come me, stanno invecchiando: non venga meno in noi la capacità di attendere il futuro che Dio ogni giorno ci dona. Sulle nostre labbra e nei nostri cuori non il lamento per la cattiveria dei nostri giorni o il rimpianto per il tempo passato ma la gratitudine perché i nostri occhi forse un po' stanchi possono scorgere questa luce, una luce che dalla notte di Betlemme rischiara ormai le nostre notti.

 

 

 

 



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