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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella Solennità
del Corpo e Sangue di Cristo
6 giugno 2010

 
Gen 14,18-20
1Cor 11,23-26
Lc 9,11b-17

Mi colpisce, nell’Evangelo che abbiamo appena ascoltato, il comportamento di Gesù.
Non c’è dubbio che avrebbe potuto fare tutto da solo e assicurare alla folla stanca e affamata il pane per tutti. E invece vuole associare i suoi discepoli, vuole associare noi alla sua azione provvidente e misericordiosa. Non fa cadere dall’alto i suoi doni ma ci chiama a fare la nostra parte. In un’altra occasione Gesù aveva agito così: al cieco nato avrebbe potuto aprire gli occhi con una parola, un gesto e invece lo vuole coinvolgere nella guarigione mandandolo alla piscina perché si lavi gli occhi e veda. E il cieco andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

È bello questo agire di Gesù che si serve di noi, della nostra collaborazione per compiere quello che certamente potrebbe fare da solo. Impariamo questo stile di Gesù che ci associa ai suoi gesti, valorizza il nostro pur modesto contributo, rispetta le nostre capacità. Dio vuole avere bisogno degli uomini perché di fronte a Lui non siamo né burattini, né robot, né automi: siamo esseri liberi, coscienti e capaci. I cinque pani e i due pesci che i discepoli mettono a disposizione, la piccola provvista di qualcuno previdente, è il segno della nostra partecipazione all’agire di Gesù per la moltitudine. Questo episodio, nella redazione del vangelo di Giovanni ha una aggiunta assai significativa: l’apostolo Andrea mettendo a disposizione di Gesù i pochi pani e i pesci aggiunge: «Ma che cos’è questo per tanta gente?». Ha ragione Andrea: come sfamare la moltitudine con pochi pani e pochi pesci?

Con parole diverse quante volte anche noi confessiamo la nostra inadeguatezza, il nostro non essere all’altezza dei compiti che ci attendono. Qualche volta sono i genitori che, pur con tutta la buona volontà, non ce la fanno ad educare bene i loro figli. Oppure confessiamo, sfiduciati e delusi: quanto è difficile essere onesti, coerenti, resistere all’alta marea della corruzione. E se da questa dimensione personale ci apriamo a quella collettiva, mondiale, dominante è il senso di impotenza, di inadeguatezza. Come sfamare le moltitudini che hanno fame e che giustamente cercano, arrivando con ogni mezzo nei nostri paesi, di raccogliere almeno le briciole che cadono dalle nostre tavole sempre troppo opulente, pur in tempi di crisi? Come arginare i conflitti che insanguinano la terra?

Ricordiamo le vittime della dura reazione israeliana nei confronti degli equipaggi di pacifisti, disobbedienti, sì, ma per portare aiuto. E voglio ricordare il vescovo Luigi Padovese ucciso nella sua casa in Turchia. In quella casa lo avevo incontrato tre anni fa in occasione di un viaggio in quella terra. Con Lui nacque immediata una bella amicizia e più volte in questi anni l’ho incontrato a Milano, dove ancora viveva la sua anziana Mamma. Di lui ricordo un gesto di grande amicizia nei miei confronti. Quando ho presentato in Università Cattolica il mio ultimo libro, La schiena di Dio, mons. Padovese volle partecipare alla presentazione e tenne per l’occasione una bella lezione sul tema del dialogo tra cristiani e musulmani in Turchia. Luigi Padovese era un uomo mite, tenace nel praticare il dialogo in un Paese dove la presenza cattolica è esigua. È stato, in condizioni obbiettivamente ardue, testimone dell’Evangelo. Fu minacciato e tentarono di investirlo, per questo viveva sotto scorta. Forse anche lui fu qualche volta tentato di pensare che davvero grande è la sproporzione tra le nostre risorse e i problemi che doveva affrontare.

L’evangelo ci invita a metterci nei panni dei discepoli e a sentire come rivolta a noi la parola di Gesù: «Voi stessi date loro da mangiare». Ci invita a cavare dalla nostra bisaccia quel poco che abbiamo, ci invita a mettere a disposizione dei bisogni dell’umanità quel poco che siamo. È poco eppure non è nulla, è disperatamente inadeguato eppure non è inutile. E se mettiamo questa nostra povertà, con fiducia, nelle mani di Dio, se facciamo tutto quanto a noi possibile consapevoli che è poco ma che è tutto quanto abbiamo nelle mani, se agiamo così dando fondo alle nostre capacità, spendendoci fino all’ultima briciola, il Signore misteriosamente moltiplicherà la nostra povertà e ne farà pane abbondante per la moltitudine. Credo che questo sia l’Evangelo: mettere nelle mani di Dio la nostra esistenza, con le sue modeste risorse, consapevoli che il Signore saprà moltiplicarle per il bene della moltitudine. Nessuno dica mai: sono inutile, non ci so fare, sono un fallito. Se crediamo all’Evangelo la nostra vita sarà sempre il lieto miracolo di poco pane che sfama la moltitudine.

Questo evangelo ci è proposto in questa domenica in cui celebriamo il Corpo e il Sangue del Signore, festa del Corpus Domini, certezza della presenza del Signore nei modesti segni del pane e del vino. Certezza che anche quel poco che siamo possa essere pane per la moltitudine. Accogliere l’Eucaristia come il vero pane non può voler dire dimenticare la fame, la miseria che attanaglia gran parte dell’umanità. Il discepolo che si nutre del corpo del Signore non potrà sottrarsi alla logica di condivisione fraterna che l’Eucaristia esprime ed esige. Proprio questa premura di Gesù perché la folla abbia pane può stimolarci a vivere ogni nostra eucaristia domenicale come concreta partecipazione alla sollecitudine di Cristo per la fame della moltitudine.

 

 

 

 



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