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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nella festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe
26 gennaio 2014

 

Sir 7, 27-30.32-36
Col 3, 12-21
Lc 2, 41-52

ESSERE NELLE COSE DEL PADRE

Davvero singolare la vita di Gesù: appena tre anni dedicati a girare nei villaggi della Galilea prima e a Gerusalemme poi come predicatore ambulante ripetendo parole che il tempo non ha cancellato e che ancora oggi, dopo duemila anni, sono per tanti parole decisive, infine una morte violenta seguita da una misteriosa presenza tra i suoi che lo proclamano risorto…ma prima?
Circa trent'anni che saremmo tentati di dire insignificanti. Sottomesso a Giuseppe e a Maria in uno sperduto villaggio, Nazareth dal quale, si diceva, non poteva venire niente di buono.
E' tutto.
Davvero una vita nascosta: "Veramente tu sei un Dio nascosto" aveva scritto il profeta Isaia.
Che cosa avrà fatto in quegli anni? Ha succhiato il latte dal seno di sua madre, ha imparato a parlare, ha giocato con i ragazzi del villaggio, quante volte sua madre avrà gridato il suo nome per richiamarlo in casa e con il lavoro del legno nella bottega di Giuseppe il falegname gli saranno venuti i calli sulle mani.
Questi semplici gesti di una vita ordinaria sono entrati nella vita stessa di Dio: la nostra quotidianità è diventata la quotidianità stessa di Dio. Di questi lunghi anni conosciamo solo l'episodio che abbiamo appena ascoltato: il pellegrinaggio a Gerusalemme e il restare di Gesù nel Tempio mentre tutta la carovana fa ritorno. Può sembrare a prima vista solo uno spiacevole incidente frutto della curiosità di un ragazzo che si sottrae al controllo dei genitori.
In verità l'episodio che solo Luca riferisce, anticipa il senso dell'intera esistenza di Gesù: salire a Gerusalemme. Proprio Luca descriverà la storia di Gesù come un andare deciso, determinato a Gerusalemme, il luogo del dono incondizionato di sé, luogo della sua morte e risurrezione evocati appunto dai tre giorni di sosta nella città santa.

Leggendo questa pagina in questa domenica dedicata alla famiglia, possiamo scorgervi due caratteristiche della famiglia.
La prima: Giuseppe e Maria in quegli anni trasmettono al figlio con la lingua del Paese, gli usi della tradizione ebraica e tra questi l'annuale pellegrinaggio a Gerusalemme. La strada per Gerusalemme Gesù l'ha imparata camminando con Maria, Giuseppe e la carovana degli altri pellegrini. Quando, adulto, deciderà risolutamente di salire alla città santa luogo del compimento della sua esistenza, certo riconoscerà luoghi e percorsi conosciuti in questo primo viaggio quando ha appena dodici anni. Penso che primo compito della famiglia, dei Genitori, sia quello di trasmettere ai propri figli con la vita i significati, i valori, le ragioni del vivere, trasmettere quel patrimonio di senso che hanno ricevuto e che costituisce il lascito più prezioso di una generazione all'altra.
Portando per mano il dodicenne Gesù a Gerusalemme Maria e Giuseppe non condizionano la sua libertà, come qualcuno potrebbe pensare, non esercitano una indebita pressione sulla libertà del ragazzo. Lo introducono nella grande storia del loro popolo, lo situano dentro una vicenda umana e religiosa millenaria. Così è stato anche per ognuno di noi: se siamo qui è perchè qualcuno ci ha presi per mano e ci ha accompagnati nel cammino della vita e della fede: proviamo a ricordare oggi con gratitudine la mano che ci ha accompagnato, la mano dei nostri genitori.

Ma la pagina evangelica ci riserva una seconda sorpresa: Gesù resta nel Tempio e conferma questo gesto con una parola che può sembrare impertinente: "Perché mi cercavate?" e aggiunge una parola che è misteriosa anticipazione del suo futuro: "Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?". Annota l'evangelista che né Maria né Giuseppe comprendono questa parola. Una annotazione preziosa che allude alla misteriosa identità di questo ragazzo, incomprensibile per i suoi Genitori.
Ci sono parole e gesti di Dio che restano misteriosi perché più grandi della nostra intelligenza, inafferrabili per i nostri concetti.
Ma in qualche misura ogni figlio, pur generato da quest'uomo e da questa donna, con il colore degli occhi di sua madre e il carattere di suo padre, pur così somigliante nei tratti del volto ai suoi genitori resta per loro una parola inedita e che non è dato di comprendere pienamente.
C'è in ogni figlio una promessa di futuro, un sogno che non è dato di poter dominare. Ogni figlio custodisce una originale libertà che la famiglia può solo accogliere e accompagnare.
Possiamo dire che la famiglia siede tra il passato e il futuro: custodisce e trasmette un passato e si apre ad un futuro che può essere decifrato solo negli occhi dei figli.

 

 

 

 



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