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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico B


omelia di don Giuseppe
nella festa di Tutti i Santi
1 novembre 2012

 

Ap 7, 2-4.9-14
Rm 8, 28-39
Mt 15, 1-12a

SANTITÀ "POPOLARE"

Abbiamo ascoltato: Gesù salì sulla montagna…Questa collocazione ambientale, propria di Matteo, non è di poco conto. Luca, riferendo le Beatitudini le colloca non già sulla montagna ma nella pianura. Matteo invece scrive il suo vangelo per cristiani provenienti dal mondo ebraico e che ascoltando queste parole ricordavano un'altra montagna, il Sinai dove Mosè aveva ricevuto le dieci parole, i Comandamenti. L'evangelista vuole dirci: ecco il nuovo Mosè, ascoltiamo dalla sua bocca la nuova legge. In verità le parole che abbiamo ascoltato, le Beatitudini, non sono una nuova legge, meglio sono i tratti del volto di Gesù, quasi la sua presentazione. Ai suoi discepoli Gesù non offre una edizione riveduta e corretta dei dieci comandamenti ma presenta se stesso e la sequela di lui, l'imitazione di Lui come nuova via, condizione della beatitudine, cioè di una esistenza pienamente realizzata. La vita cristiana prima d'esser insieme di precetti, comandi e divieti è imitazione di Cristo, grazie al dono del suo Spirito.

Questa pagina ogni anno ci è proposta in questo giorno dedicato ai Santi, a tutti Santi cioè a quanti hanno guardato a Gesù e hanno tentato di vivere come Lui. La santità alla quale tutti siamo chiamati non è stile di vita strano, fatto di gesti eroici e per pochi: no è cammino aperto a tutti e che tutti possono praticare facendo proprie le parole delle Beatitudini, rivivendo nella propria quotidianità lo stile stesso del Signore Gesù. Il nostro indimenticabile cardinale Martini amava parlare di 'santità popolare', cioè di un cammino aperto a tutti e possibile a tutti nelle condizioni ordinarie della vita, seguendo le beatitudini, cioè seguendo Gesù perché di Lui le Beatitudini parlano. Non mi soffermerò su tutte le Beatitudini ma solo sulla prima e sull'ultima. Hanno un comune denominatore: propongono come ideale e come stile di vita due atteggiamenti che noi non diremmo affatto beati, anzi. Beata la povertà? Beata la persecuzione? Davvero non ci sembrano condizioni beatificanti e degne di apprezzamento. E infatti nel corso della storia si è letto in queste parole evangeliche la consacrazione rassegnata e passiva della condizione di povertà e di sofferenza. Proprio queste parole hanno fatto dire che la religione, consacrando queste situazioni di povertà e sofferenza, non è certo un fattore di emancipazione ma di rassegnazione. Una sorta di anestetico che rende sopportabili situazioni negative. Ecco perché sono persuaso che per poter dire la beatitudine della povertà bisogna anzitutto dire con forza, la forza di certe parole profetiche, la maledizione della povertà, quella che è prodotta da ingiusta distribuzione delle risorse della terra, prodotta da forme di sfruttamento, prodotta dalla prevaricazione di pochi su moltitudini ridotte in condizione di soggezione e miseria.

Anche la crisi economica che continua a creare disoccupazione e precariato non è frutto di un destino cieco e malvagio ma conseguenza di politiche economiche e finanziarie sbagliate, certamente non dettate dalla ricerca del bene comune. Maledetta la povertà che nasce da ingiustizia e sfruttamento, benedetta la povertà che ognuno di noi può scegliere come stile di vita sobrio, misurato, senza sprechi, onesto, capace di solidarietà. Beate le mani libere dall'avidità, aperte, capaci di condividere. E l'ultima beatitudine che dice benedetti coloro che subiscono insulto e persecuzione: " per causa mia" aggiunge Gesù. Ma a quanti in tutto il mondo per fedeltà al vangelo patiscono persecuzione vorrei unire tutti quegli uomini e quelle donne che patiscono insulto e persecuzione per fedeltà a valori di libertà, di giustizia, di umana dignità, uomini e donne che fanno argine all'alta marea della corruzione Anche questi sono valori evangelici. Beate le schiene diritte di quanti resistono e fanno opposizione in nome della loro fede, religiosa o laica che sia.

 

 

 

 



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