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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella domenica
della SS. Trinità
26 maggio 2013

 

Gen 18, 1-10a
1Cor 12,2-6
Gv 14, 21-26

OSPITI DELLA TRINITÀ

Nell'evangelo di questa domenica dedicata al mistero della Trinità, Gesù parla del Padre. Due volte lo chiama 'Padre mio', è il Padre che lo ha mandato. Parla dello Spirito: mandato dal Padre nel nome di Gesù, suo compito sarà quello di riportare alla memoria dei discepoli tutte e solo le parole che Gesù ha detto, parole che sono quelle del Padre.
Non troviamo in questo testo e in nessun altro testo evangelico il termine Trinità. Questo termine, decisivo per la fede cristiana, è frutto della riflessione teologica che, scrutando le Scritture, è approdata a questa ardua eppure consolante certezza: Dio, il nostro Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo, non una solitudine distante e altissima ma un nodo di relazioni.

Con i nostri fratelli Ebrei e con i seguaci dell'Islam condividiamo la fede in un unico Dio. Lo diciamo all'inizio del Credo: Credo in un solo Dio.
Ma poi la fede cristiana professa che quest'unico Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo. Molti dei contemporanei di Gesù non accettarono che il figlio del falegname di Nazareth si considerasse figlio di quell'unico, altissimo, invisibile Dio che non potevano accettare di scorgere sul volto di un uomo. E più volte nel Corano,libro sacro dell'islam, si legge: Non dite tre, affermando così la fede in un unico Dio che non conosce trinità. Sempre il Corano afferma che Dio altissimo non può avere un figlio. Ogni volta che sul nostro corpo tracciamo il segno della croce professiamo la fede in un solo Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo.

Tento di esprimere la verità racchiusa in questa formula di fede che è il cuore del cristianesimo. Al principio di tutto sta una relazione di amore che è appunto il legame tra Padre, Figlio e Spirito santo. Non una individualità solitaria ma una relazione. Potremmo dire che sorgente di tutto è la relazione. E come la vita ha il suo principio in una relazione di amore tra l'uomo e la donna, così tutto ciò che esiste ha una origine che è un nodo, un vincolo, una relazione di amore, quella tra il Padre, il Figlio e lo Spirito. Tento di esprimermi in altro modo. Il Dio in cui crediamo è una storia, una vicenda che ha il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito. Quando diciamo: Nel nome del Padre, riconosciamo che tutto quanto ha esistenza non proviene da un principio anonimo ma da una paternità.
Chiamiamo Dio con nome di padre-ma possiamo chiamarlo anchhe con il nome di madre-- nomi che riserviamo a quell'uomo e a quella donna dai quali abbiamo avuto la vita.

Ogni volta che diciamo: Nel nome del Padre, riconosciamo che della vita, la nostra vita, non siamo padroni, non ne disponiamo, l'abbiamo ricevuta e per questo dobbiamo avere ogni giorno sulle labbra solo la parola della gratitudine e della riconoscenza. Riconoscere che i nostri giorni hanno avuto principio da questa paternità e che ad essa faremo ritorno vuol dire sottrarre la nostra vicenda umana al caso: davvero la nostra esistenza non è "una storia piena di fragore e di furia, una storia raccontata da un idiota e che non vuol dire niente".

E quando diciamo: nel nome del Figlio, riconosciamo che questo Dio dal quale tutto ha esistenza è entrato nella nostra umanità, l'ha condivisa fin nel nostro soffrire e morire. Il Dio di Gesù Cristo non è né lontano né inaccessibile ma ha il volto di Gesù di Nazareth, il volto di ogni uomo, soprattutto dei piccoli e dei poveri.

E infine quando diciamo: nel nome dello Spirito santo riconosciamo che questo Dio abita in noi, nell'intimo della nostra coscienza, ci richiama alla memoria tutte e solo le parole di Gesù, ci suggerisce la preghiera, fa strada con noi perché, camminando nell'amore e nella giustizia, arriviamo a quell'ultimo giorno in cui Dio sarà tutto in tutti e anche noi parteciperemo di quella vita senza tramonto, la vita del Padre, del Figlio e dello Spirito. La prima lettura di questa liturgia racconta la visita di tre misteriosi personaggi ad Abramo.

La tradizione cristiana ha letto in quei personaggi una allusione alle tre divine persone che Abramo accoglie. Il grande pittore russo Andrei Rubliev ha dedicato a questa scena una delle sue più belle e famose icone: i tre misteriosi personaggi seduti ai tre lati della tavola: resta vuoto il quarto lato, quello dove è situato chi guarda l'icona: ognuno di noi, nell'intenzione dell'artista è quindi chiamato a prender posto accanto ai tre personaggi seduti alla tavola. Chi guarda l'icona diventa commensale del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Suggestiva intuizione artistica, ma soprattutto profonda verità: non è relazione chiusa, esclusiva quella tra il Padre il Figlio e lo Spirito: è relazione aperta, spalancata perché ogni uomo e donna possa sedere alla loro tavola, condividere la storia incredibile di Dio, misterioso nodo di relazione aperto perché tutti possano esservi accolti, tutti ospiti della Trinità.

 

 

 

 



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