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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella dodicesima domenica
dopo Pentecoste
11 agosto 2013

 

2Re 25,1 -17
Rm 2,1-10
Mt 23,37-24,2

IL TEMPIO

I Vangeli ci hanno conservato alcune parole e gesti di Gesù per la sua città, Gerusalemme, e per il suo Tempio.
Un rapporto davvero singolare.
Nella pagina odierna Gesù si rivolge alla città, parlandole come si parla ad una persona e manifestandole il suo amore con una immagine familiare: la chioccia che raccoglie sotto le sue ali i pulcini. Così anche Gesù per la sua gente, ma invano.
E in un'altra occasione lo sguardo di Gesù rivolto alla sua città si riempirà di lacrime: "Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo "Se avessi compreso anche tu in questo giorno la via della pace! Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi'" (Lc 19,41-2).
Ancor oggi sulle pendici del Monte degli ulivi un tempietto ricorda quel pianto e di lì lo sguardo abbraccia tutta la città con una visione davvero stupenda.
L'accorato lamento sulla città e il pianto per il suo destino ci rivelano il legame tra Gesù e la sua città. Un legame che viene da lontano e che destava nel cuore dei pellegrini che salivano a Gerusalemme canti di esultanza: "Quale gioia quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore. E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme"(Sal 122).
Che cosa dice a noi, oggi, questo appassionato amore di Gesù per la sua città?
Che cosa è una città?
Non è solo l'insieme casuale di tante persone, di tante individualità, di tante solitudini, di tanti interessi particolari. La città è una trama di relazioni, dove ognuno è chiamato a fare la sua parte per il bene comune.

Vivendo nella città io tocco con mano come il mio comportamento incide sulla vita degli altri, la migliora o la peggiora. Quanti esempi possiamo fare di un agire solo attento alle proprie necessità o comodità e senza alcuna attenzione per i disagi che procuriamo agli altri che vivono con noi, percorrono le stesse strade, respirano la stessa aria.
Gesù parla alla città, anzi piange pensando al suo futuro, e la città è per lui una rete di relazioni che costituisce la città come comunità e non come semplice agglomerato di individualità intente solo alla cura per il proprio tornaconto.
Dall'evangelo di questa domenica impariamo ad avere con la nostra città, con il luogo dove viviamo, un rapporto di appartenenza.
Temo che nessuno di noi si è mai commosso per le sorti della propria città e questo dice la nostra estraneità se non addirittura il nostro disinteresse. L'evangelo è parola che interpella la coscienza di ognuno di noi ma non solo: investe altresì i problemi della convivenza civile, le responsabilità civili e politiche che scaturiscono dalla nostra fede.
Guardando Gerusalemme lo sguardo di Gesù si concentra sul Tempio, il luogo più caro ad Israele: non resterà pietra su pietra.
Anche oggi la sosta a Gerusalemme presso quanto rimane dell'antico magnifico Tempio è carica di emozione. Quell'alto muro di grossi blocchi di pietra è luogo di preghiera e di pianto giorno e notte. E tra quelle pietre molti di noi hanno inserito su un frammento di carta la propria preghiera. Eppure anche il magnifico Tempio, dice Gesù, è destinato a cadere.
Questo tragico annuncio racchiude due messaggi.
Il primo: se anche il Tempio, dimora dell'Altissimo, è destinato a cadere, vuol dire che tutte le nostre opere, le costruzioni dell'uomo sono segnate dalla precarietà. Il tempo, inesorabile, ridurrà anche i più grandiosi edifici in un mucchio di rovine. Vuol dire che tutte le istituzioni-civili e religiose che si identificano proprio con i loro edifici, castelli, palazzi e templi-non sono eterne, vivono nel tempo e nel tempo conoscono splendore e declino. Valgono anche per le istituzioni-imperi, regimi, monarchie, repubbliche, e per tutte le diverse confessioni religiose-le parole di Gesù: "Non resterà pietra su pietra".
Ma questo scenario che sembra gettare solo un'ombra di desolazione sulla vicenda umana racchiude un secondo decisivo messaggio: non ad un tempio di pietre sarà affidata la divina presenza ma piuttosto a quel tempio che è la libertà della coscienza di ogni donna e di ogni uomo.
I nostri corpi sono già ora il tempio di Dio e quel Dio che ha scelto il grembo di una giovane donna per abitare con noi prenderà dimora nei nostri corpi mortali. Amiamo le belle pietre che nei secoli abbiamo edificato per farne abitazione dell'Altissimo ma amiamo soprattutto quel tempio che è ogni corpo umano.
Nell'ultima pagina della Scrittura sacra leggiamo che la città di Dio, la Gerusalemme che tutti accoglierà alla fine del tempo, non avrà più bisogno di Tempio: "Non vidi alcun Tempio in essa perché il Signore, Dio Onnipotente e l'Agnello, sono il suo Tempio" (Apoc 21,22).

 

 

 

 



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