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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nell'Ottava del Natale del Signore

29 dicembre 2013

 

Pr 8, 22-31
Col 1, 13b.15-20
Gv 1, 1-14

A NATALE DIO E UOMO SI PARLANO

Riascoltiamo in questa domenica la prima pagina del Vangelo secondo Giovanni che abbiamo già ascoltato nella notte di Natale. Pagina ardua e a prima vista arida che certo non ha l'incanto del racconto della notte di Betlemme.
Giovanni racchiude il suo Presepe in poche folgoranti parole: il Verbo, cioè la Parola si è fatta carne e è venuto a porre la sua tenda in mezzo a noi. Il segreto del Natale, l'incanto della Notte santa è racchiuso in queste disadorne parole.
Tanti sono i nomi con i quali possiamo rivolgerci a Gesù: figlio del falegname, amico dei peccatori, Salvatore, re dei Giudei, Cristo…ma possiamo anche chiamarlo PAROLA o con l'equivalente latino: VERBO. Parola che è Dio e che si fa carne, nel Natale.
Ma allora il Natale è il comunicarsi di Dio a noi.
La parola è per ognuno di noi il fragile mezzo dell'uscita da sé per andare all'incontro con l'altro. Grazie alle parole noi entriamo in comunicazione con gli altri.
Allora dire che Dio è Parola vuol dire affermare il suo incontenibile desiderio di comunicare con noi. Dire che Dio - Parola si fa carne è affermare che tale desiderio di comunicazione si fa piena e definitiva condivisione della nostra condizione umana nella fragilità della nostra carne.
C'è un modo di dire corrente che può aiutarci a comprendere la stupenda realtà di questo Dio che è Parola. Quando due ragazzi si frequentano assiduamente, si cercano, stanno insieme, in una parola si vogliono bene, si dice anche che quei due 'si parlano'. In verità i due non soltanto si parlano ma stanno insieme costruendo una complicità, una sempre più intima relazione. Parlarsi in questo contesto vuol dire entrare sempre più in comunione di vita.
A Natale Dio e uomo si parlano, entrano cioè in una sempre più profonda comunione di amore. Questo è il segreto del Natale che la fede custodisce ed esprime ma che traspare da tanti gesti propri di questi giorni: nei doni ricevuti e offerti, negli auguri scambiati con tutti, nei gesti di prossimità e solidarietà, nel calore delle case e negli occhi dei bambini.
Perché in questi giorni non vorremmo né solitudine né sofferenza, vorremmo almeno una tregua? Forse perché avvertiamo che a Natale la nostra condizione umana diviene la condizione stessa di Dio.
Davvero io non conosco modo più alto per dire la dignità della condizione umana, la sua sacralità. Ecco perché in questi giorni vorremmo che niente deturpasse, avvilisse il volto dell'uomo. Sarebbe un sacrilegio.
Ma nel Natale il Verbo si fa carne e questo vuol dire che questa Parola che è Dio si è abbreviata: "Dio ha reso breve la sua Parola, l'ha abbreviata" (Rom 9,28).
I Padri della tradizione greca hanno contemplato questo farsi piccolo del Verbo di Dio: "La parola si fa stretta, si fa opaca". L
a parola, manifestazione suprema di Dio, si è come rimpicciolita. Per comprendere il carattere inaudito di tale affermazione dobbiamo ricordare che il termine greco Logos, tradotto appunto con Verbo o Parola, esprime le caratteristiche di sapienza, universalità, onnipotenza, onniscienza. Questo Logos, questa parola nella quale tutto è stato creato si è fatto stretto, piccolo, così piccolo da poter stare nell'angusto spazio di una mangiatoia e prima ancora nel grembo di una donna: questa Parola si è fatta bambino.
E di nuovo l'umano viene riconosciuto non tanto nella sua imponenza quanto piuttosto nelle sue forme più modeste.
Nel Natale questa parola universale, principio di intelligenza di tutto il reale si è fatta così particolare da assumere il dialetto di un piccole paese, questa Parola si è fatta accessibile perché ogni uomo la possa incontrare e accogliere. Sembra una formula arida e astrusa: IL VERBO SI E' FATTO CARNE…eppure esprime il cuore della nostra fede: la condiscendenza di Dio, il suo discendere appunto dentro la nostra condizione umana. Ripetiamo sottovoce la più popolare canzone natalizia: Tu scendi dalle stelle… e vieni al freddo e al gelo: parole che sanno di infanzia ma che racchiudono la vertiginosa certezza che congiunge Dio all'umano.

 

 

 

 



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