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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
nella penultima domenica
dopo l'Epifania
domenica
3 febbraio 2013

 
Dn 9, 15-19;
1Tm 1, 12-17;
Mc 2, 13-17

ALLA TAVOLA DEI PECCATORI

Continua, anche questa domenica, l'epifania di Gesù, il suo manifestarsi: Gesù è Salvatore dell'intera umanità rappresentata dai Magi; Gesù è evangelo, cioè lieta, gioiosa notizia che dilaga come il diluvio di vino prelibato a Cana; Gesù è il figlio amato del Padre mescolato alla folla sulle rive del fiume Giordano; Gesù è il figlio del falegname nascosto per lunghi anni nella vita quotidiana di Nazareth. E oggi Gesù é "amico dei pubblicani e dei peccatori". Di nuovo un rivelarsi mescolandosi con una banda di uomini poco raccomandabili. Nella pagina di oggi due volte questo titolo professionale--pubblicano-è associato con quello spregevole di peccatore. Per conto dei Romani, invasori e occupanti, i pubblicani riscuotevano le tasse. Odiati dalla popolazione per questo lavoro a servizio del nemico straniero, i pubblicani approfittavano del loro ruolo per arricchirsi illecitamente. Il capo dei pubblicani Zaccheo, quando accoglierà Gesù nella sua casa, dichiarerà: "Se ho frodato qualcuno restituisco quattro volte tanto". Infine, lavorando a contatto con gente pagana i pubblicani contraevano uno stato di impurità secondo la legge ebraica. Questi pubblicani erano quindi collaborazionisti, al soldo del nemico; ladri e impuri: peccatori, senza alcun dubbio. Eppure Gesù si volge proprio a uno di loro mentre è al banco della riscossione delle imposte: "Seguimi" e Matteo si alza e segue Gesù. Ma Gesù non si limita a farlo suo discepolo entra nella sua casa, siede alla sua tavola e fa festa insieme a molti pubblicani e peccatori, i colleghi di Matteo.

Provo a sbirciare nella sala del banchetto e mi sembra che questa gente di malaffare seduta a tavola con Gesù sia una singolare immagine della Chiesa, comunità di peccatori chiamati a condividere il pasto con Gesù. Capisco la reazione dei benpensanti che non osano rivolgersi a Gesù ma mettono in difficoltà i discepoli: "Perché il vostro Maestro mangia con i pubblicani e i peccatori?". Un interrogativo questo che ritornerà più volte nel corso della storia della Chiesa. Nel corso dei primi secoli, cristiani rigoristi, catari si chiamavano, pretendevano di estromettere dal grembo della Chiesa quanti si erano macchiati di gravi colpe, soprattutto nella bufera delle persecuzioni. La chiesa doveva esser solo per i giusti, i puri, appunto i catari, parola greca che indica appunto purezza. A questa forma di fanatismo la chiesa replicò ricordando le parole della preghiera insegnataci dal Signore: "Rimetti a noi i nostri debiti…". Siamo quindi di fronte a Dio una Chiesa di debitori, consapevoli del nostro peccato, una Chiesa di malati, consapevoli della nostra malattia e per questo bisognosi del medico. Il Concilio Vaticano II che ricordiamo a 50 anni dalla sua apertura, ha riconosciuto che la Chiesa è " già adornata di vera santità anche se imperfetta", "sempre bisognosa di purificazione mai tralascia la penitenza e il suo rinnovamento" (L.G.8).

Non dimentichiamo il gesto compiuto da papa Giovanni Paolo II all'inizio della Quaresima dell'anno giubilare2000 quando riconobbe le colpe della chiesa e chiese perdono. Nella pagina evangelica mi sorprende l'agire di Gesù verso pubblicani e peccatori: chiama Matteo, lo vuole con sé, suo discepolo, anzi siede alla sua tavola, condivide con lui e altri come lui il calore della tavola. Non chiede a Matteo e ai suoi compagni di metter ordine nella loro vita disordinata, di rendersi in qualche modo presentabili. Non denuncia le loro malefatte, non punta il dito per condannarne l'indegnità morale. Gesù si avvicina a Matteo, lo chiama, siede alla sua tavola: altro non dice, altro non chiede. Basta la sua incondizionata amicizia, subito accolta, a far nuovi quei poveri rottami umani. Penso a quanti non osano avvicinarsi alla Chiesa, si considerano indegni di stare alla tavola del Signore e penso a quante volte noi uomini di chiesa puntiamo il dito e ne denunciamo l'indegnità morale…Abbiamo dimenticato: "Misericordia voglio".

 

 

 

 



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