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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico A


omelia di don Giuseppe
nell' ultima domenica dopo l'Epifania
2 marz
o 2014

 

Os 1, 9a; 2, 7a.b-10.16-18.21-22
Rm 8, 1-4
Lc 15, 11-32

ULTIMA DOMENICA DOPO L'EPIFANIA

La parabola odierna è preceduta nel cap. 15 di Luca da altre due: la pecora smarrita e la moneta perduta.
È significativo che la tradizione abbia dato a questi tre racconti altrettanti titoli che sottolineano la nostra capacità di smarrirci, di perderci, di sottrarci all'abbraccio del Padre. Ma più grande del nostro peccato è l'instancabile fedeltà di Dio. Stiamo di fronte a Dio consapevoli del nostro non essere all'altezza…del nostro non essere degni…eppure cercati instancabilmente da Colui che è venuto perché niente e nessuno vada perduto. Si intrecciano in queste tre parabole la consapevolezza amara del nostro peccato ma non nella disperazione o nell'indifferenza, bensì nella certezza che c'è qualcuno che aspetta solo di fare festa perché la pecora smarrita è stata trovata, la moneta perduta è stata ricuperata e il figlio sbandato è tornato a casa.
Ma soffermiamoci sulla parabola detta del figlio prodigo. Sarebbe meglio cambiarle nome e intitolarla: il padre ricco di misericordia. Infatti protagonista della parabola è il padre e questo termine ritorna ben tredici volte.
Vorrei con voi guardare questo padre. E anzitutto le sue braccia che non trattengono a tutti i costi il figlio minore ma lo lasciano partire. Leggo in questo gesto un singolare rispetto della libertà di questo giovane figlio, del suo desiderio di fare nuove esperienze.
Di fronte a Dio siamo esseri liberi, non costretti a stare nella casa, ma chiamati a starvi liberamente, non per consuetudine ma per scelta consapevole. Anche nella chiesa si sta liberamente non per ossequio a abitudini del passato ma per scelta che nasce dalla libertà della propria coscienza.
Non giudichiamo quanti dalla Chiesa si allontanano, tentiamo di comprenderne le ragioni che possono anche derivare da nostri comportamenti, non chiudiamo mai la porta e come il padre della parabola stiamo pronti ad una accoglienza che conosce solo gesti e parole di festa. Un secondo dettaglio: l'evangelo raccoglie l'atteggiamento del padre in un verbo solo di straordinaria intensità e bellezza: il padre ebbe compassione. Traduzione disperatamente scialba: certo è difficile rendere il trasalire delle viscere, del grembo materno.
Altre volte nella Scrittura Dio ha viscere di tenerezza materna. Così in Isaia: "Si dimentica forse una donna del suo bambino così da non commuoversi del figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse io invece non ti dimenticherò mai…" (Is 49,15ss.). Questo Padre è capace di una tenerezza materna.
E infine un terzo dettaglio: il padre esce fuori, va incontro anche all'altro figlio che, persuaso della sua dirittura morale, giudica il fratello e non vuole accettarlo più. Anche questo figlio che è sempre stato nella casa, lavorando, non ha fino ad ora conosciuto davvero chi è il padre, lo considera piuttosto un padrone: "ecco io ti servo da tanti anni". E proprio perché non conosce il padre non riconosce neppure il fratello: "ora che questo tuo figlio che ha divorato i beni…".
Questa parabola ci aiuta a tracciare il volto della chiesa,comunità di peccatori, luogo del perdono, luogo dove il peccatore è sempre accolto. Nel corso della storia non sono mancate le posizioni fanatiche di coloro che ritenevano la chiesa riservata ai soli giusti, ai puri e duri e che quindi pretendevano di estromettere da essa i peccatori. Contro queste tendenze la Chiesa ha sempre affermato che le parole insegnateci dal Signore: "Rimetti a noi i nostri debiti…" descrivono la nostra condizione, appunto di 'debitori' nei confronti di Dio. Una chiesa che non solo non estromette coloro che hanno fatto l'amara esperienza del peccato, ma anzi diviene per loro luogo di accoglienza e perdono.

 

 

 

 



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