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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
Veglia Pasquale
Sabato Santo 30 marzo 2013

 
Gen 1, 1-2,3a

Gen 22, 1-19
Es 12, 1-11

Es 13, 18b-14,8
At 2, 22-28

Rm 1, 1-7
Mt 28, 1-7

LA VERTIGINE DI PASQUA

Per tre volte, quasi a voler dissipare ogni ragionevole dubbio, ho proclamato: Cristo Signore è risorto. E mi venivano alla mente le parole di san Paolo: "Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra fede" (1Cor 15,14). La nostra fede sta o cade su questa parola: Cristo è risorto dai morti. Confesso che questa parola che pure mi è familiare mi dà come le vertigini. Perché è una parola che, a differenza di quasi tutte le altre che stanno nel vocabolario e che adopero, ha un contenuto che fatico a comprendere.
Quasi tutte le parole che adopero sono ricavate dall'esperienza, descrivono situazioni che ho visto, conosciuto e spesso toccato con mano. Certo, se dico Monte Sinai, parlo di una montagna di cui ho letto molto, ho visto stupende immagini, amici sono saliti sulla sua cima e spero di andarci il prossimo settembre. Non ho mai messo i piedi sul Sinai ma non dubito della sua esistenza.
Quando dico: Risurrezione, ripeto una parola contenuta nei Vangeli, ripetuta dagli Apostoli e nel corso di due millenni da innumerevoli credenti. Ma quale è il suo contenuto? E qui cominciano le mie difficoltà: perché non ho alcuna esperienza di una vita dopo la morte. Della morte ho esperienza. Sul cassettone davanti alla mia scrivania, non vi è quasi più spazio per le fotografie dei miei morti. Ho davanti agli occhi i loro volti, ricordo tanti episodi della mia vita con loro: ma con la loro morte un grande silenzio è sceso in me. Con loro non posso più parlare e proprio questa è la morte: la fine di quella comunicazione che è la nostra vita quotidiana.

E invece la nostra fede afferma che quell'uomo che è stato messo a morte su una croce e poi deposto in un sepolcro, quell'uomo è vivente. I suoi discepoli rassegnati ormai alla sua morte lo hanno visto, con Lui hanno parlato, davanti a loro ha mangiato una porzione di pesce arrostito, anzi uno di loro ha messo il suo dito esitante proprio nel foro dei chiodi, nella ferita del fianco. Credo a loro, ai discepoli che l'hanno visto e che, forti di questa incredibile certezza, hanno dato la vita per Lui. Credo a loro ma avverto come 'vertiginoso' l'annuncio pasquale mentre sento con tutte le fibre della mia umanità la passione e la morte del Signore. Baciando il Crocefisso stringo in un abbraccio tutti i miei morti mentre non posso, come ha fatto Maria di Magdala all'alba di Pasqua, abbracciare le ginocchia del Risorto.
E poi mi guardo intorno e mentre vedo una selva di croci e innumerevoli Calvari di tanti 'poveri Cristi', gli occhi faticano a scorgere i segni della Pasqua. Lo scenario è desolato. Ma anch'io come innumerevoli miei confratelli in questa notte della Pasqua ho ripetuto l'annuncio incredibile: "Cristo Signore è risorto". E ci scambieremo gli auguri con la luce negli occhi. Perchè lo faremo? Tento di rispondere così: Ognuno di noi, pur assediato da tanti, troppi segni di degrado, di disumanità, di morte, custodisce il desiderio di sentirsi ripetere che anche le esperienze più devastanti possono esser fermate, che è possibile arginare il male con la forza inerme dell'amore. Ognuno di noi, ne sono certo, porta nel cuore il desiderio di sentirsi dire che la morte non è l'ultima e decisiva parola della nostra vicenda umana, anzi. Ognuno di noi, nonostante tutto, spera si compia quel verso famoso di Pablo Neruda: "Voglio fare con te ciò che la primavera fa con i ciliegi". Il miracolo dell'amore che tutto fa rinascere, che tutto trasfigura. E' il miracolo del "passare dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli".

Proprio in questi giorni ne ho fatto l'esperienza. Visito una famiglia e la signora mi racconta la sua storia di bambina orfana di entrambi i genitori e data in affido ad una signora che la cresce, la porta fino al matrimonio, anzi continua ad accogliere in casa la nuova famiglia. Non contenta questa donna, colpita da una devastante metastasi che la porta alla morte, dispone che la sua casa passi alla nuova famiglia che ora la abita. Amore disinteressato, gratuito non dettato da vincoli di sangue ma da pura benevolenza. Sono tornato a casa pedalando felice.

Vivere la Pasqua vuol dire affidare la nostra esistenza al Signore Gesù e alla sua parola, perché egli è vivente e a lui, incondizionatamente, vogliamo appartenere. E per questo voglio ringraziare Alessandro che abita questa nostra parrocchia e che sta per ricevere il battesimo, la cresima e l'eucarestia. Con lui Fabio conferma ricevendo la Cresima la scelta di seguire Cristo. Questa scelta provoca tutti noi a deciderci, di nuovo, per Cristo e per il suo Evangelo. La gioia che egli sia vivo vince ogni possibile tristezza dei nostri giorni. Gli occhi che l'hanno contemplato nella fede non possono più guardare il mondo con disperazione.
Il cuore che si è aperto a Lui non può chiudersi nella sua grettezza. Poiché EGLI è vivo noi siamo gente liberata dalla paura della morte, siamo capaci di speranza.

 

 

 

 



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