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La Parola predicata


 

 

 


Anno liturgico C


omelia di don Giuseppe
Messa nella Passione del Signore
Venerdì Santo 29 marzo 2013

 
Is 49, 24-50, 10
Is 52, 13-53, 12
Mt 27, 1-56

Scende la sera e si conclude il primo dei tre giorni santi, giorno iniziato ieri sera nella calda intimità della Cena. Questa sera vorrei riascoltare con voi una delle ultime parole pronunciate da Gesù nell'ora della croce. Le ultime parole di un morente sono per tutti noi come un prezioso lascito, un testamento.
Gli Evangelisti hanno custodito e trasmesso sette ultime parole di Gesù morente. Solo una di queste è riportata da Matteo e l'abbiamo appena ascoltata, è forse la più terribile e inquietante: Eli, Eli lema sabactani-Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato? È un grido emesso a gran voce, che l'evangelista riporta in aramaico, la lingua usata da Gesù. Non è un grido di disperazione ma dice una terribile verità: Dio ha abbandonato Gesù, Il Dio che gli era Padre lo ha consegnato nelle mani degli uomini e ora lo consegna alla gola divorante della morte dove tutto l'uomo muore. Dio si sottrae, si nasconde e attorno a Gesù c'è la solitudine abissale e il vuoto spaventoso del niente.
Quello che Gesù vive alle tre del pomeriggio è l'essere senza Dio, è il soffrire e il patire senza Dio, fino a morirne. Questa parola esprime la terribile realtà della morte, esperienza di solitudine e abbandono. Nessuno di noi ha mai provato questa esperienza eppure credo che tutti noi abbiamo fatto quella dura e insieme consolante esperienza che è l'accompagnare qualcuno nella malattia e nell'agonia. In quei momenti tenendo la mano del morente abbiamo avvertito il suo bisogno di compagnia, la paura della solitudine del morire. Forse in quella mano che stringeva la nostra abbiamo avvertito quel che Gesù stesso ha provato e che gli strappato quasi un grido: Dio mio perché mi hai abbandonato? Gesù ha sentito in sé quella domanda che nasce anche in noi come un grido di dolore: Perchè? Perché Dio mi ha abbandonato' Perché non mi guarisce? Perché abbandona nella morte questa persona cara?

Questa parola di Gesù ci ricordi tutti coloro che muoiono nella solitudine e nell'abbandono, vittime di guerre e stermini, vittime dell'anonimato e dell'indifferenza. Questa parola ci aiuti a vincere la paura e a stare accanto, ad accompagnare chi si incammina alla sua ultima ora.
Ma il grido di Gesù non è rivolto ad un cielo chiuso e ostile, ad un destino cieco e assurdo, no questo grido è rivolto a Dio, anzi al mio Dio mio: Dio mio, Dio mio. Questo grido è una preghiera. Non è una preghiera devota, serena, pacificante. È una preghiera che è come una lotta, perché la morte non abbia l'ultima parola. Sappiamo che dopo questa parola dura Gesù rivolgerà al Padre un'ultima preghiera: Padre nelle tue mani affido la mia vita. La chiesa ci invita ad avere sulle labbra, nell'ora della morte invocazioni e preghiere. E chi accompagna una persona cara alla morte è invitato a pregare e a farsi voce del morente pregando con lui e talvolta al suo posto. Morire in preghiera vuol dire riconsegnare la vita a Colui dal quale l'abbiamo ricevuta. La vita ci è donata,non è nostro possesso, ci appartiene in modo provvisorio e dobbiamo essere pronti a rimetterla nelle mani di Colui che ce l'ha donata. Ogni nostra sera potrebbe concludersi con l'ultima parola di Gesù in croce, parola di affidamento: Padre, nelle tue mani affido la mia vita.

Tra poco per tre volte alzeremo alta la croce e poi ci inginocchieremo ad adorarla, a baciarla. Il crocifisso è il segno della sofferenza e della morte dell'uomo. Non conosco altri segni che dicano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Inoltre questa morte è la morte di una vittima innocente, di un uomo schiacciato dalla violenza, dall'arbitrio, dalla congiura dei potenti. E quanti uomini e donne nel corso della storia sono caduti vittime. La croce raccoglie e rappresenta questa umanità dolente, queste innumerevoli vittime e non a caso diamo il nome di croce alle fatiche che pesano sulle nostre spalle. Chinarsi a baciare il crocifisso è anche onorare queste vittime innumerevoli e senza nome.
Ricordiamone almeno alcune: in Siria negli ultimi due anni almeno settantamila le vittime della repressione, ogni giorno si stima che siano almeno 26mila i bambini che soprattutto in Africa muoiono per cause che potrebbero esser evitate: malattie infettive e soprattutto fame; nel 2012 nel nostro Paese 124 le donne uccise perché donne e nel mondo più di centomila cristiani uccisi perché cristiani…e la geografia delle vittime potrebbe continuare a lungo. Tante vittime, innumerevoli croci, troppi Calvari.

Eppure tra poco noi innalzeremo e poi adoreremo la croce. Perché? Perché le sue braccia spalancate accolgono ogni uomo nel segno di un amore che non conosce confini. Non c'è amore più grande di questo: dare la vita per… e così la croce diviene albero di salvezza e speranza. Albero bello e splendente. Venite adoriamo.

 

 

 

 

 



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